Primo romanzo pubblicato da Elena Ferrante e, secondo molti, il suo capolavoro. Ecco la trama del libro L'Amore Molesto e la mia interpretazione

L’Amore Molesto: trama del libro (no spoiler!)

 

Dopo avervi parlato di chi è Elena Ferrante, ho deciso di fare un passo indietro e partire dal suo primo libro, che ci svela molto di questa scrittrice misteriosa.

“L’amore molesto”, edito dalle Edizioni e/o nel 1992, è vincitore del premio Oplonti d’argento e del premio Procida Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 1993 è tra i finalisti del premio Artemisia ed è candidato al premio Strega. 

Il noto film diretto da Mario Martone nel 1995, in concorso al 48° festival di Cannes, ha contribuito ulteriormente ad incrementare il successo del romanzo.

 

La trama de “L’amore molesto” ci racconta del rapporto tra la protagonista Delia e la madre Amalia

Il lettore viene trascinato nel bel mezzo della storia fin dalle prime righe dell’incipit in medias res.

Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno. 

Elena Ferrante

Questa morte misteriosa costringe Delia, che vive nella capitale romana, a tornare per il funerale in una Napoli cupa e soffocante, dove inizia ad investigare sugli ultimi mesi di vita della madre. 

L’indagine la riporta indietro nel tempo, in un passato annebbiato dalle bugie inventate da se stessa per difendersi da una verità difficile da accettare.

Il vero mistero si rivelerà essere proprio celato nell’infanzia napoletana di Delia e non nella morte della madre, come l’incipit lasciava credere. 

Passato e presente, verità e menzogna: tutto si alterna e si mescola nell’incontro con personaggi come lo zio Filippo, il padre di Delia, il misterioso Caserta e il figlio Antonio. 

La città di Napoli prende vita e diventa la protagonista indiscussa del romanzo.

Il significato del titolo “L’Amore Molesto”

 

Il titolo dell’opera è il fulcro dell’opera stessa: l’amore che Delia prova per la madre viene definito “molesto”, in quanto amore malato e aberrante. 

Delia matura una vera e propria ossessione per la madre, che si manifesta in un sentimento ambiguo di attrazione e repulsione, emulazione e rifiuto, e nella costante insicurezza alimentata dal terrore di essere abbandonata e di non essere desiderabile quanto la madre. 

La certezza che Amalia vivesse una seconda vita segreta e peccaminosa viene inoltre inculcata nella mente di Delia dal padre geloso e violento.

 

L’Amore Molesto: recensione e mia interpretazione del libro (attenzione spoiler!)

 

Questa convinzione porterà Delia bambina a confessare al padre di aver visto la madre amoreggiare con un uomo, Caserta, in uno scantinato, ma solo alla fine del romanzo verrà rivelata la sorprendente verità.

Nell’interrato non vi era Amalia, bensì Delia bambina molestata dal vecchio padre di Caserta. 

Tutto ciò accade perché la piccola Delia vuole assomigliare alla madre, o meglio cerca di imitarla in quell’atteggiamento di seduzione che le attribuisce. 

Delia mente al padre per proteggersi, ma soprattutto per vendicarsi di Amalia che riteneva colpevole della violenza subita

 

Era a lei che volevo fare del male. Perché mi aveva lasciata nel mondo a giocare da sola con le parole della menzogna, senza misura, senza verità. 

Elena Ferrante

Inizia in questo modo il suo distacco dalla madre e da tutto ciò che faceva parte della sua infanzia. 

Abbandona Napoli nel tentativo di rimuovere anche il suo doloroso passato legato alla città; rinuncia alla sua femminilità che viene mortificata da quella della madre ed è considerata come una colpa da parte del padre.

Infine si impone di non parlare più il suo dialetto, “lingua delle ossessioni e delle violenze dell’infanzia”, veicolo di una comunicazione violenta ed esibita che non le appartiene. 

L’importanza del dialetto napoletano e la spiegazione del finale

 

Elena Ferrante conferisce molta importanza alla dicotomia tra italiano e dialetto che oppone Delia ad Amalia:

Quando ci vedevamo a casa mia, o venivo io a Napoli per visite rapidissime di mezza giornata, lei si sforzava di usare uno stentato italiano, io scivolavo con fastidio, solo per aiutarla, nel dialetto. […] Nei suoni che articolavo a disagio, c’era l’eco delle liti violente tra Amalia e mio padre, tra mio padre e i parenti di lei, tra lei e i parenti di mio padre. Diventavo insofferente. Presto ritornavo al mio italiano e lei si accomodava nel suo dialetto.

Elena Ferrante

Il dialetto napoletano non rappresenta solo il passato, ma funge anche da collegamento con il presente.

Le parole volgari che Delia riferirà al padre, affermando di averle udite da Caserta mentre amoreggiava con Amalia, si riveleranno essere in realtà le parole che il padre di Caserta sussurrava alla piccola Delia durante le molestie nello scantinato. 

Quelle stesse oscenità verranno ripetute da Amalia in una delle ultime telefonate alla figlia prima di morire annegata e diventeranno il simbolo della riconciliazione con Delia:

Parole per perdersi o per trovarsi. Forse voleva comunicarmi che anche lei mi detestava per quello che le avevo fatto quarant’anni prima. […] O forse voleva semplicemente dimostrarmi che anche quelle parole erano dicibili e che, contrariamente a quanto avevo creduto per tutta la vita, potevano non farmi male.

Elena Ferrante

Ma il giallo della morte di Amalia, probabilmente per suicidio, riapre la dolorosa ferita della sua infanzia.

 Nelle ultime pagine del romanzo Delia torna nel temuto scantinato e i ricordi distorti lasciano finalmente spazio a ciò che realmente è accaduto.

 Amalia viene riscattata nella sua innocenza, Delia ritrova se stessa e al contempo, indossando il tailleur blu della madre, si identifica in lei, dalla quale si è sempre sentita diversa, in un’inaspettata confessione finale: 

“Amalia c’era stata. Io ero Amalia”.

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