Il fatto è che sentivo la vita scivolarmi tra le dita: ogni giorno mi sembrava la fotocopia in bianco e nero di quello precedente.

Sveglia.

Lavoro.

Casa.

Com’è andata la giornata?

Solite cose.

Cena.

Film. 

Letto.

E si ripeteva tutto.

Avrei voluto aprire la finestra e tuffarmi nel mare e nuotare, nuotare, nuotare… fino a ricordare il sapore della libertà.

Il rischio più grande che correvamo era quello di assuefarci a quelle giornate grigie e monotone; di scordarci il rumore chiassoso delle risate tra amici, seduti tutti allo stesso tavolo.

Avevamo paura di dimenticare l’adrenalina che precede un viaggio; il conforto di un “ci vediamo al solito posto?” per bere uno spritz dopo una giornata storta.

Temevamo che saremmo diventati tutti più egoisti, più solitari, più menefreghisti.

La vita vera non era dentro quattro mura: la vita vera era là fuori, che ci aspettava.

Decisi allora di comprare un aquilone, come quando ero bambina e papà correva con me sulla spiaggia, per fargli prendere il volo.

L’aquilone che scelsi aveva la forma di un drago ed era affamato di aria fresca e spazi senza confini: appena lo liberai volò alto, sempre più alto, fino a diventare un puntino lontano.

E guardandolo librarsi in aria, mi sembrò di volare con lui, superando la recinzione delle mie paure e lasciando a terra tutto ciò che mi appesantiva.

Poi aprii gli occhi e l’aquilone non c’era più, ma io stavo volando, leggera, tra le nuvole.

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