Era da tanto che volevo scrivere di questo viaggio, diverso da tutti gli altri perché è in parte un viaggio con biglietto e in parte un viaggio senza biglietto. E finalmente il coraggio di tirare fuori quel diario dal cassetto è arrivato…

Ore 00.23 del 02.08.2014

 

Partita. 

Alla fine l’ho fatto davvero: ho spento il telefono e con lui anche la mia vecchia vita. Ho resettato il sistema: mi sono temporaneamente cancellata dal mio mondo – puf! –  per ricominciare in uno nuovo, completamente diverso da quello che conosco. 

Un brivido di adrenalina mi percorre tutta la schiena: ormai non si può più tornare indietro.

Mi sento fortunata. In pochi hanno questa possibilità di staccare la spina da tutto: il proprio paese, i propri affetti, la routine e, soprattutto, noi stessi. Prendersi una pausa dalla nostra vita. Mettersi alla prova. 

Oggi, in aeroporto, ho sentito che stavo facendo la cosa giusta, nonostante molte persone accanto a me, tra cui i miei genitori, inizialmente non la pensassero esattamente così e me lo avessero fatto presente in modo piuttosto evidente nei giorni precedenti:

“Ti rendi conto che è appena scoppiata l’Ebola in Congo?” – mia madre a tavola metteva ormai sempre lo stesso disco ma, se prima era una sinfonia leggera, quasi sussurrata, perché non credeva sarei partita sul serio, poi, prendendo consapevolezza dell’irreversibilità della mia decisione, è diventata un disco heavy metal che mi rimbombava nelle orecchie: 

“No, tu non ti rendi conto. Tra tanti posti in cui potevi andare proprio la Repubblica Democratica del Congo, ma dico sei impazzita? Ti sei appena laureata, scegliti un bel posto turistico, come fanno tutte le altre, ma un posto sicuro! In Congo ci sono ancora guerre, è un paese molto povero, e con questa storia che non potrete usare il cellulare come ci sentiremo?” – ad ogni parola il tono si alzava sempre di più ma, vedendo che non sortiva alcun risultato e conoscendo bene sua figlia, tenne la vera bomba alla fine: 

“… E poi lo sapevi che ci sono ragni ENORMI?”

Staccai lo sguardo dal mio piatto e le risposi innervosita: “credi che non mi sia già documentata a riguardo? Certo che lo so, ma mica dormiremo nelle foreste, mamma!”

Ovviamente, appena si voltò, digitai su Google: “ragni ENORMI Congo”. Le foto non erano rassicuranti, ma ormai avevo deciso, mi cercai di autoconvincere, e poi dai, vuoi mai dire? 

Me la stavo facendo sotto. E non solo per i ragni. La verità è che non sapevo nemmeno io cosa stavo facendo e perché sentivo di dover partire per questo viaggio. O meglio, sapevo che volevo fuggire da questo ultimo anno pieno di dolore, fuggire sì. Il più lontano possibile.

In questo momento però posso dire, con una mano sul cuore, di non essere spaventata: come spesso mi succede, forse perché sono anche un po’ incosciente, prevale l’entusiasmo.

Sono pronta per questa esperienza di vita, che spero mi darà le risposte che sto cercando attraverso nuovi volti e nuovi modi di guardare tutto ciò che mi circonda.

Il viaggio notturno in aereo, fino ad Istanbul, è stato già un’avventura di per sé: improvvisamente ci siamo trovati a volteggiare nel bel mezzo di un temporale, circondati dal buio, interrotto soltanto dai lampi del cielo attorno a noi. 

Sotto le nuvole nere, Istanbul ci è apparsa illuminata in tutta la sua immensità. La serata delle persone, in città, continuava come se nulla fosse, ignara di cosa stava accadendo proprio sopra di loro, di cosa sia davvero un lampo che illumina il buio della notte a un passo dal tuo naso o un boato che ti fa tremare le gambe.

Immaginavo famiglie riunite a tavola che raccontavano la loro giornata, mentre noi eravamo sospesi tra le nuvole, in balìa di un cielo cupo e anche piuttosto incazzato.

In quel momento ho realizzato che attorno a me c’erano molte persone spaventate e che, solitamente, lo sarei stata anche io, che non godo certo fama da cuor di leone, ma in quel momento la mia faccia era premuta contro il finestrino: quello spettacolo di pioggia e lampi mi affascinava terribilmente e, dopo tanto tempo, mi sentivo viva.

In fondo chi è più pazzo? – mi chiedevo – chi vola dentro una tempesta o chi appassisce dietro una tavola?

Libertà: che splendida sensazione!

In quel momento ho preso davvero il volo, lontano dalle mie certezze e, nel bagliore di un lampo fugace, qualcuno potrebbe avere intravisto un flebile sorriso.

Poi il temporale è finito e, come la vita spesso ci insegna, è tornato il sereno, ma quel viaggio in aereo mi aveva stravolta.

E solo ora capisco: quell’aereo ero io.

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