Ore 20.05 del 05.08.2014

Incredibile, ma vero: siamo già a letto a chiacchierare e a scrivere il nostro diario. Le giornate qui iniziano presto e terminano presto, con il sole che tramonta intorno alle 18.00.

Stamattina Mariano ci ha svegliati con la sua solita carica positiva… alle 06.20. Io che mi alzo a quest’ora per andare a messa è un vero miracolo! In realtà il miracolo è proprio il fatto di alzarmi a quest’ora, ma ho il presentimento che mi ci dovrò abituare.

Non appena siamo entrati in chiesa tutti, e per tutti intendo veramente ogni singola persona in quella chiesa, si sono girati a guardarci. In quel momento ho realizzato che, per la prima volta, ero io la straniera.

I balli e i canti in lingala, i suoni dei bonghi e la solennità della liturgia ci hanno lentamente trasportati nel clima mistico della preghiera africana, finché ad un certo punto Mariano ci ha chiamati a sorpresa sul palco per presentarci.

Non dimenticherò mai l’emozione di dire il mio nome davanti a quella platea di volti africani, che ci osservavano con i loro occhi grandi e profondi. 

Per ogni persona partiva un applauso, tutti sorridevano e gridavano i nostri nomi: noi avevamo gli occhi lucidi, visibilmente commossi, senza capire cosa avevamo fatto per meritare un’accoglienza tanto calorosa.

Terminata la messa, tutti hanno fatto a gara per stringerci la mano, abbracciarci e presentarsi, fuori e dentro la chiesa.

Molte bambine si sono radunate attorno a noi ragazze e abbiamo iniziato a comunicare con un misto di francese, lingala e tante risate. 

I loro abiti erano sporchi, alcuni avevano più buchi che tessuto; molti erano scalzi, altri in ciabatte, ma l’unica cosa che sembrava importargli era giocare con noi. 

Abbiamo iniziato a rompere il ghiaccio con una sorta di salto della ciabatta bendati: tra le persone hanno scelto anche me e quando ho fatto cadere la seconda ciabatta (le mie abilità atletiche sono rimaste invariate ad oggi), i bambini sono scoppiati a ridere come pazzi. 

Non avevo mai visto qualcuno ridere così di gusto per così poco e, inaspettatamente, ho messo da parte il mio carattere permaloso, e in un attimo mi sono ritrovata a ridere insieme a loro.

Poi è toccato a noi e abbiamo sfoderato l’intramontabile “ruba bandiera”, che è piaciuta tantissimo! 

Quando ce ne siamo andati diversi bambini urlavano il mio nome in francese: “Marine! Marine!” e una bambina mi ha presa per mano. 

Solitamente non sono una grande animatrice di bambini, ma in un attimo il mio cuore si è accartocciato fino a diventare grande come un seme di pomodoro. 

Kinshasa: la capitale dai mille contrasti

 

Alle 10.00 siamo partiti alla volta della capitale, Kinshasa: la strada principale contava ben 8 corsie, 4 in un senso e 4 nell’altro, senza alcun separatore. Ai lati della strada banchetti di tutti i tipi, montagne di spazzatura e baracche ammassate l’una sull’altra.

Kinshasa conta in tutto 13.000.000 abitanti e la quantità di persone che si riversano sulle strade non è immaginabile se non la si vede di persona: eravamo tutti senza parole.

Pullman, jeep e taxi sembravano quasi esplodere tanto erano carichi di gente e alcune persone si attaccavano addirittura all’esterno delle vetture pur di salire.

Abbiamo rischiato diverse volte di fare un incidente a causa delle buche, che avevamo soprannominato “abissi” non per niente; l’enorme quantità di veicoli che si sorpassavano senza rispettare alcuna regola e le persone che si buttavano in mezzo alla strada per attraversarla.

Le case simili alle nostre erano poche e appartenevano ai più ricchi della città; i cumuli di rifiuti erano sparsi ovunque e molte persone giravano con giganteschi carichi sulla testa.

Alcuni ci additavano; altri ci osservavano seri e poi sorridevano ad un nostro cenno di saluto; altri ancora ci hanno fatto gestacci universali, che non erano tanto difficili da interpretare. Probabilmente questi ultimi ci vedevano solo come turisti curiosi, con la macchina fotografica al collo, pronti ad immortalare la povertà in cui vivevano, e non come persone arrivate fin lì per dare loro un aiuto. 

Del resto nel nostro Paese si è talmente diffuso il timore per chi è diverso da noi che, se loro avessero fatto quello che noi stiamo facendo qui, probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno qualcuno che avrebbe ricambiato il loro saluto né il loro sorriso. 

Noi invece, a parte qualche normale episodio di chiusura, siamo stati accolti fin dal primo giorno con una cordialità incredibilie.

Durante la giornata ci hanno portati a visitare la Cathédrale Notre-Dame Du Congo e la grotta dedicata alla Vergine Maria.

Abbiamo pranzato alla Casa dei Comboniani, dove per la prima volta abbiamo assaggiato il mango e la manioca, un tubero alla base della catena alimentare africana. Non sapeva di nulla, ma quando non hai nulla da mangiare, non ti importa del sapore, ci hanno risposto, l’importante è restare in vita.

A Kinshasa siamo scesi dalla jeep per comprare pane e frutta alle bancarelle lungo la strada, ma tutti gli occhi della città sembravano puntati su di noi. Per la prima volta da quando sono qui, ho sentito il timore di essere una straniera in un paese che non era il mio.

Camminavamo compatti: qualcuno cercava di convincerci a comprare e assaggiare degli insetti (bleah!); qualcun altro ci guardava con rispetto perché ci vedeva come i “bianchi ricchi, quasi paragonabili agli dei”, ci ha spiegato Mariano; qualcuno si avvicinava intimidito a chiederci da dove venivamo; altri ridevano e altri ancora ci fissavano seri, facendoci quasi paura.

Gli sguardi che più mi sono rimasti dentro, però, sono quelli che prima ci guardavano impassibili, quasi intimorendoci, e poi, se li salutavamo, si aprivano in un sorriso che avrebbe abbracciato tutto il mondo.

 

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